Sergio Borgogno, Cooperativa Perinaldese Olivicoltori e Produttori Olio

Sergio Borgogno

Perinaldo, domenica 24 marzo 2019

L’intervista si è svolta in tre luoghi diversi. La prima parte, la più consistente, all’aria aperta, in una fascia piantata a lavanda e rosmarino. La seconda in un campo di lavanda recentemente piantato dalla cooperativa. La terza parte all’interno della sede della cooperativa, nel frantoio.

L’intervista comincia parlando della piccola roncola, che Giorgio aveva in mano. Chiamato paiun in dialetto, è un attrezzo di uso agricolo formato d un manico e da una lama ricurva, di piccole dimensione, spesso fatto a coltello, nel senso che la lama si può serrare nel manico. Oltre a volermi mostrare la fascia che Giorgio con l’aiuto di altri membri della cooperativa coltiva a rosmarino e lavanda, doveva raccogliere fiori di rosmarino e mimosa per ricavarne una tintura, una diluizione idroalcolica.

Regesto-Trascrizione

Mi mostra il campo recuperato dall’incolto con un amico circa 25 anni fa, amico che poi venuto a mancare. Piantarono lavanda rosmarino, salvia. Circa 150 piante di lavanda, un poco meno di rosmarino e salvia. L’amico era un biodinamico, antroposofo. Il terreno è oggi di tutta la comunità, di Perinaldo. Dalla lavanda ricavano olio essenziale. Ci sono danni da cinghiale sulla fascia. La lavanda, come il rosmarino cresce moto bene su questa sponda, ed hanno raccolto lavanda con delle rese superiori al 3%, che è un risultato molto buono. Tenendo presente che si tratta di un Lavandino, un ibrido, che ha rese superiori a quelle della lavanda. Le piante vennero recuperate dall’amico, da un vivaio che le voleva buttare e non se ne conosce la varietà.

Me lo presenta come un esempio di recupero di un terreno incolto, interessante anche da un punto di vista economico: se potessero confezionare due o tre litri di lavanda ci vengono fuori, che vendute a boccettini, potendo commercializzare il prodotto, potrebbero rendere circa 2000/3000 Euro.

In più c’è il rosmarino, si potrebbero fare saponi e profumi. Dai fiori di rosmarino che sta raccogliendo ricava una tintura, che fa per se stesso e alcuni amici, ma che potrebbe diventare una delle attività da portare avanti con la cooperativa. Fa parte dei progetti che sta portando avanti con l’Università di Genova, Istituto di Fitochimica, con i quali c’è una idea di realizzare in zona, caratterizzata dalla floricoltura in passato, un piccolo laboratorio di preparazione di prodotti un poco più elaborati rispetto alle semplice essenze e di confezionamento. Profumi, olio di perico, ecc… Non possono farlo direttamente come cooperativa, quindi progettano di realizzare una piccola start up. Stanno cercando progetti, finanziamenti, il luogo. San biagio sarebbe un posto ideale, al centro della valle, facilmente raggiungibile, ed inoltre per la storia delle rose, che non è solo una pianta da fiore, può essere importante nel campo della cosmetica e della fitoterapia. Puoi farne sciroppi, cosmesi, si presta a diversi utilizzi, e vorrebbero riscoprirla anche in questo senso. Riscoprire le piante floricole in una chave fitoterapica, di prodotti alternativi. Finalizzati ad una visione di una azienda multifunzionale. Ad esempio la mimosa, quando si non raccoglie il fiore per la vendita legata a San Valentino, la festa della donna, lo stesso può essere utilizzato per altri scopi. Quando ora li vedi ancora sulle piante. Le possibilità tecniche ci sono, la difficoltà sta nel mettere in piedi la filiera, nel trovare lo spazio adeguato, organizzare il conferimento, il trasporto dei prodotti, comprare gli attrezzi, mettere il tutto a norma. Insomma trasformare una idea in una pratica, economicamente sostenibile. Si possono fare saponi, creme, paste, profumi, vlorizzare tutto, al 100%.

Presidente della Cooperativa da 4 anni. Agronomo, libero professionista, ha lavorato a diversi livelli, oggi trasferito a Roma, dove ad esempio ha lavorato ai tempi del sindaco Veltroni alla Città dell’altra economia. Oggi consulente esterno che gestisce il SIAM di AGEA, lavora sul PSR. Presidente e tra i fondatori AIAB Liguria.

Il territorio di Perinaldo è di circa 21 km quadrati. Quasi la metà sono oliveti. Sicuramente più del 30%. Di questi facendo dei calcoli approssimativi, in base a quello che raccoglie la cooperativa, solo 20-30 ettari sono coltivati. Nel 47 è stata fondata la cooperativa, allora era due addirittura. È stata in prima battuta la floricoltura a causare abbandono dell’oliveto della vigna. Era la parte economica più interessante. Poi negli 70-80 lo spopolamento, l’abbandono. Che negli anni 90 ha raggiunto il livello che vediamo oggi, per poi stabilizzarsi. Oggi c’è una azienda giovane solamente che basa il suo reddito sull’olivicoltura. Altri giovani si sono buttati sul carciofo, i fiori e le fronde. Anche se si tratta sempre di aziende plurali, che producono più cose. Le altre sono aziende olivicole di persone di 60 anni e oltre, pensionati, che non avranno continuità, perché i figli non sono interessati. Una stima approssimativa dell’abbandono: 80/90% del territorio, a partire dalle fasce adibite un tempo ad orto, che circondano il paese.

Negli ultimi anni con altro paio di soci hanno intrapreso la strada delle officinali aromatiche, ma si tratta di un tentativo, che al momento rappresenta solo una parte molto piccola del lavoro della cooperativa. È prevedibile che nei prossimi dieci anni, se non cambia nulla, l’abbandono tornerà a crescere, per una semplice questione anagrafica. Si tratta della generazione nata negli anni 50 a reggere la parte coltivata. Non ci sono fenomeni importanti di ritorno alla campagna in zona. Non è realistico prevederne un numero sufficiente a contrastare l’abbandono che si è verificato storicamente e si verificherà in futuro.

Per contrastare l’abbandono è necessario individuare un modello di sviluppo sostenibile non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico, dove magari utilizzare in modo intelligente la forza lavoro che viene da fuori, gli immigrati. Bisogna partire dal fatto che la manodopera non c’è, che il lavoro in campagna è difficile, faticoso, che non sarà semplice convincere i giovani, che studiano, vivono in città, ecc., a tornare e lavorare gli olivi, la terra. Anche perché, osservando, il territorio per contrastare l’abbandono ci sarebbe bisogno di un numero considerevole di ritorni nei prossimi anni. 26.00-sulla foza lavoro migrante.

La coopertativa oggi lavora un decimo rispetto al passato, agli precedenti l’avvento della floricoltura. Ci sono anni che il frantoio nemmeno apre, anni che il raccolto è talmente povero che paghi a mala pena chi lavora nel frantoio. Il quadro non è bello, stanno cercando di diversificare ma non è facile, anche per via delle disposizoni sanitarie. Allo stesso tempo la cooperativa è ancora un istituzione sociale, oltre ch economica, riunisce tutte le famiglie che lavorano in agricoltura a Perinaldo e rappresenta tutta la comunità di Perinaldo. Questo è il lato positivo della cooperativa, che al suo interno si può trovare un livello di aggregazione importante. C’è una motivazione in più.

Facilitazione per aprire dei comprensori, mettere insieme terre abbandonate da recuperare neli territori marginali, collinari montani. E poi agire sl mercato, sulla vendita. Non si può competere con certi prodotti che arrivano da fuori. Bisogna introdurre agevolazioni e compensazioni da una parte e proteggere certi prodotti dall’altra.

Negli ultimi anni hanno aperto dentro la cooperativa è stata aperta la strada delle piante officinali. Nel 2016 hanno acquistata due distillatori, 10 e 70 km di massa fresca, stanno facendo delle prove. Non si tratta ancora di una vera e propria attività, ma la cosa viene portata avanti, c’è interesse. Hanno dei campioni che conservano di oli essenziali. Sarebbero pronti per partire ad individuare una etichetta un marchio. La parte che manca è quella delle autorizzazione sanitaria, confezionare, uscire con un’etichetta e cominciare a vendere alle erboristerie.

I distillatori li hanno acquistati con soldi della cooperativa. Sergio, che lavora nel settore, sa bene che non si può aspettare due o tre anni per acquistare un attrezzo che ti serve, quindi ha PSR e richieste di finanziamento. Hanno speso circa 8.000 Euro. Una cooperativa che nelle annate migliori mette da parte 10.000 Euro e li spende quasi tutti in manutenzioni, macchinari vari.

’56:20 Andiamo a vedere il campo di lavanda sperimentale sul quale stanno lavorando.

Impianto di circa 300 piante di lavanda, varietà che conoscono. Quindi più facilmente valorizzabile. Una varietà di Lavandino chiamata Boscomare. Altre due varietà, più antiche, la Super e la xxx…

Passando mi fa vedere il palazzo dove c’è il frantoio, tutto di proprietà della Cooperativa, con all’interno un bar ristorante. Un ristorante che in prospettiva dovrebbe diventare anche una vetrina dei prodotti della cooperativa, cosa fino ad oggi trascurata.

Il terreno è stato offerto da un socio, non riusciva più a lavorarlo. Angelo, che ha una vigna adiacente abbandonata anche quella, non potata. Il campo di lavanda è situati su una fascia piana, in due piccoli appezzamenti. Vicino abbiamo degli oliveti, sempre di Angelo. L’investimento è stata fatto con risorse della cooperativa. I costi invece non hanno accettato la proposta di investire ulteriormente per uno spazio, un piccolo laboratorio, dove trasformare il prodotto, perché richiedeva ulteriori investimenti e non c’era certezza di tempi ed economica nella richiesta di finanziamenti tramite PSR o Gal.

Critica del sistema informatico, più lento del cartaceo precedente, una macchina infernale. Il cartaceo era più aperto alle frodi, alla corruttibilità, ma il nuovo sistema è meno snello, non puoi tirare una riga sopra la dove c’è un errore, passano mesi per correggere uno sbaglio. Ci sono blocchi informatici che non si riescono a gestire. Anche il personale non è adeguato al sistema.

1:12:20 Entriamo nel frantoio.

Mi mostra dei terreni sotto la strada, davanti all’edificio dove al primo piano si trova il frantoio, ci sono delle fasce, di proprietà dei soci. Potrebbero essere fatti orti e colture per ricavare materie prime per il ristorante, ed essere anche un esempio di recupero ed una vetrina per chi si affaccia dalle finestre del ristorante.

Su questo tema il lavoro da fare non solo appare molto, ma tutto da iniziare. Al momento la gestione del ristorante non appare interessata al discorso e si spera nella gestione successiva per avviare una collaborazione e mettere in pratica le idee di valorizzazione della cooperativa e dei supi prodotti, iù in generale del territorio.

Mi illustra velocemente le macchine del frantoio e il piccolo spazio dove hanno cominciato a distillare le officinali e aromatiche. Le macchine non sono particolarmente avanzate, ma sono buone. La molitura è fatta con le pietre. Due grosse macine in pietra, le molazze. Decanter divide olio e acqua dalla sansa. Separatore, che è una centrifuga. L’idea è di fare un piccolo locale di imbottigliamento. Salvo non diventi realtà il locale a San Biagio. Il tutto comprato negli anni 90, investimento 300 milioni di lire circa.

Chiudiamo parlando del possibile locale polifunzionale da fare a San Biagio. Progetto interessante, se non per la cooperativa per i soci. La cooperativa non si è mai posta finalità di vendita. Per le essenze e gli idrolati potrebbe aprire davvero grandi opportunità. Potrebbe recuperare molte essenze locali anche selvatiche, come il timo ed il rosmarino e integrarsi con quello che rimane della floricoltura. Importante fare partecipare l’Asl, anche in fase progettuale, così sarebbero costretti a fornire risposte, soluzioni, proposte. I punti sono tre: olio, conserve – marmellate, miele, carciofi, tutto co che va in vasetto o può essere confezionato come essiccato, come l’origano, ecc. – e essenze. Ci vorrebbe uno spazio con tre locali, per i tre settori. Più ci vuole un marchio e una relazioni con ristoranti, locali, dove fare vendita diretta. E ci vuole la garanzia sul prodotto, che si fatto in un certo modo e sul territorio, un controllo che potrebbe essere anche endogeno. Un protocollo con poche regole potrebbe essere sufficiente a dare le linee guida essenziali per lavorare con il centro polifunzionale.

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