Matteo Maccario, azienda Agricola, San Biagio

Le uve di Matteo Maccario

Azienda Agricola Matteo Maccario
Matteo Maccario
Viticoltore
Via Torre 13, 18030
San Biagio della Cima (IM)

Intervista

Quando arrivo nella sua campagna, posta proprio sopra San Biagio, Matteo stava piantando pali nella vigna, sostituendo quelli rotti, che sono molti, mi dice, ribattendo quelli lenti. Mi mostra la piccola chiesa che attira lo sguardo arrivando, soprattutto per il suo campanile. È parte di un complesso più ampio, che comprende una piccola stalla nel piano basso, accanto alla chiesa, ed uno vano soprastante, a cui si accede lateralmente, da un terrazzo, e risulta essere quindi allo stesso livello della strada di acceso. Siamo in un poggio, ripido, strutturato con ampi terrazzi, muretti a secco. Accanto agli edifici una grossa cisterna per l’acqua, di forma circolare, come se ne vedono molte sparse per la campagna. Ci affacciamo sulla vigna, davvero magnifica, tenuta bene, ben esposta, con panorama pazzesco: si spazia dal mare sulla destra, fino a Perinaldo all’estrema sinistra. Inizia con il dirmi che potrebbe essere tutta vigna la parte sottostante, ma alla sua richiesta per piantare ulteriori 3.500 metri la regione ha risposto dopo un anno e concede solo 498 metri. Lo dice con ironia, una ironia triste, di chi è abituato a fare i conti con questo tipo di problemi. Comincerà con il piantare quelli, sta preparando la fascia, c’è da sistemare un muro, le barbatelle sono già pronte, in frigo. Matteo non è un produttore di vino e attualmente vende la sua uva a Giovanna Maccario. È interessato all’idea di fare il vino, ma ci vuole coraggio, prima di tutto, a buttarsi in una impresa del genere, poi ci sono gli investimenti necessari, soprattutto la cantina. Si è informato in proposito, l’intenzione ci sarebbe, ma non riesce a fare il salto. Vorrebbe prima provare a vinificare in conto terzi, all’interno di una cantina disponibile, anche per capire meglio tutto il lavoro necessario e cominciare a misurarsi con il mercato, con piccole quantità. Ma non è semplice, per delle leggi, che rendono difficili queste transazioni. La sua esperienza in proposito è limitata alla produzione di piccole quantità per uso personale. Un mano potrebbe arrivare dal fratello che attualmente lavora fuori e non è del tutto soddisfatto della sua occupazione. Ma si tratta solo di una ipotesi. Posseggono delle cantine in paese, che sarebbero da adattare e ristrutturare. Sono anche soggette a meno vincoli, trovandosi nel centro storico sono previste delle deroghe rispetto alla normativa ufficiale. Piccoli vantaggi, che compensano in parte i grandi svantaggi delle strutture storiche. Prima del 2004 erano tutte ginestre. Ha deciso di togliere tutto perché era un momento che sul mercato le ginestre non tiravano molto, per il lavoro di magazzino richiesto dalla pianta. Ha quindi piantato la vigna, che già era presente in passato su questo appezzamento. E già allora pensava anche alla cantina, alla possibilità di fare il vino e non solo l’uva. Nella campagna sottostante, chiamata Naberna. ci sono 2.000 viti, che producono circa 25 quintali. Sono servite da un sistema di irrigazione a goccia, essenziale negli anni siccitosi come il 2017. Accanto, poco distante verso nord, c’è una vigna di Giovanna Maccario, la regina del rossese. Chiedo a Matteo di accompagnarmi a vederla, per fare una foto. Mi spiega che in questa terra quelle note pepate che sono uno dei marcatori del rossese si sentono con particolare intensità. Possiede poi un’altra vigna, in una campagna chiamata Garibaudo, sempre sul crinale sopra san Biagio, ma che guarda verso Dolceacqua. Sono 17 fasce su 35 metri di dislivello, una vigna estrema, con 1.000 viti, dalle quali ricava circa 10 quintali di uva. Circa, perché le produzioni possono variare molto: nell’ultimo anno ha raccolto solo 16 quintali nel complesso, per via del moscerino, di malattie portate dall’umidità che ha segnato la primavera scorsa. Il valore dell’uva è era di 2 euro il chilo.

Mi mostra una ulteriore campagna coltivata a vigna e oggi abbandonata, poco lontana, che apparteneva al padre. Vorrebbe recuperare anche questa ed ha fatto domanda per cominciare a rifare i muri a secco, chiedendo un finanziamento. Sono passati tre anni e attende ancora una risposta. Ha scoperto solo pochi giorni fa che la Regione ha eliminato i contributi previsti inizialmente per queste opere. Così ha perso tempo e soldi per inoltrare la domanda ha atteso la risposta più anni, per poi scoprire che gli aiuti non ci saranno, che dovrà ricominciare l’iter da capo, fare nuove domande, nel caso fosse intenzionato a provare ancora. Era negli uffici delle Associazioni di categoria per chiedere dei diritti di reimpianto quando gli hanno comunicato la cosa. Mi sottolinea questi aspetti per farmi notare quanto siano distanti le amministrazioni, le istituzioni, dai reali problemi cui deve fare fronte l’imprenditore agricolo sul campo, a partire per l’appunto i muretti a secco. Ci sono cedimenti continui, richiedono moltissimo lavoro di manutenzione ed è molto difficile oggi trovare chi è capace di farli. Ovvero, da un punto di vista agricolo, sono un costo secco, che grava in gran parte sulle aziende, nonostante i finanziamenti previsti e le politiche agricole di sostegno. D’altro canto Matteo non nasconde una sua propensione ad una forma di pessimismo cosmico, che tinge il racconto che fa di se e delle sue attività ma anche il suo atteggiamento rispetto all’agire, alle possibilità che pure ci sono, come nel caso della bellissima vigna che coltiva con grande cura.

Mi chiedevo da dove arrivasse il letame che vedevo ammucchiato davanti alla cascina, al rustico, difficile trovare un nome appropriato. Aspettavo il momento giusto per porgli la domanda. Poi risalendo dalla vigna mi fa vedere un manzo che alleva nella piccola stalla, un piemontese, bestia da carne. Un’altro piccolo tassello della sua azienda, che cominciava a prendere forma. E un’altra passione, oltre alla terra, che ricollega alle sue origini: la madre viene da un paese sopra Triora, ai piedi del monte Saccarello, ed i nonni erano pastori, allevatori. Ma l’entusiasmo dura poco, si ricade nelle difficoltà, nella burocrazia, il lato oscuro delle cose. Ha allevato un capo ogni anno per ben 13 stagioni, per poi smettere, perché non aveva più voglia, per via dei costi. Ma se chiudi la stalla per più di tre anni ti tolgono il codice. Oltre all’erba che sfalcia deve comprare un po’ di fieno, in ballette, con tutti i problemi che qua danno gli spostamenti gli spostamenti di questo tipo: impensabile arrivare con un camion nelle campagne di San Biagio, bisogna scaricare, ricaricare, prendere in mano il fieno più volte. Sono abituati a questo tipo di trasporti e trasbordi, dal grosso al piccolo, ogni cosa lo richiede, e tuttavia è difficile per chi come me arriva da fuori non prendere in considerazione la complessità e la difficoltà legate ad ogni singolo lavoro. Ha anche pensato di prendere un oliveto incolto che confina con la sua proprietà per farlo pascolare: il manzo starebbe meglio, l’oliveto anche.

Oltre alla vigna lavora con la mimosa, negli ultimi anni. Prima aveva provato anche con i carciofi, ma davano molto lavoro ed i risultati da un punto di vista economico non erano così interessanti. La mimosa si incastra bene con la vigna, il lavoro dura 20-30 giorni, e se tutto va bene è abbastanza remunerativo, ne vale la pena. Aveva delle piante vecchie ereditate dal padre, che sta piano piano rinnovando perché si è reso conto che piante più giovani rendono di più e danno un prodotto migliore. Sono in una campagna giù in basso, vicino al torrente, chiamata Nugeirin, circa 100 piante. Un altro appezzamento di mimosa si trova a Cian De Cui, salendo da San Biagio, piantate di recente, al posto del pitosforo Tobirac, da siepi, con il quale non era riuscito a combinare nulla. Qua produce anche un po’ di calicantus, in due appezzamenti che raccoglie ad anni alterni, per avere steli più belli, un prodotto di qualità. Circa 2.000-2.500 steli l’anno che taglia in dicembre. I prodotti del settore floricolo li vende a una grossa cooperativa, con la quale per i servizi che offre e la puntualità nei pagamenti si trova bene. Per l’autoconsumo coltiva invece un piccolo orto e 10 piante di olivi. Frange a Dolceacqua, da Mauro, con il quale lavora da molti anni e prima di lui il padre.

Anagrafica

Azienda Agricola Matteo Maccario.

È nato nel 1982, risiede a San Biagio.

Nel complesso lavora 2,5 ettari di terra e fa anche qualche giornata per altri.

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